Suor Francesca Farnese e Santa Giacinta Marescotti: DONNE AUDACI
Data:
11 Marzo 2026
A cura di Barbara Conti
La soprintendenza dà spazio a questa notizia della pubblicazione degli atti del convegno dell’anno scorso, con questo approfondimento della nostra comunicatrice Barbara Conti, vista l’attività di indirizzo e sorveglianza dei lavori che interessano i luoghi dove le “donne audaci” hanno operato, e il supporto che l’ufficio offre sempre alla loro valorizzazione, che si auspica possa procedere dando sempre maggiore visibilità ai luoghi e ai capolavori artistici legati a queste figure e alle loro comunità
“Suor Francesca Farnese e Santa Giacinta Marescotti: DONNE AUDACI”.
Volume degli Atti della giornata di studio del 24 maggio 2025.
“Nobiltà, spiritualità e cultura nelle vite di due monache”.
Un volume degli Atti della giornata di studio del 24 maggio 2025 che aiuta ad indagare le tradizioni e gli usi della nobiltà in epoca tardomedievale, l’evoluzione del concetto di spiritualità e del modo di viverla e il cambiamento della cultura nelle e attraverso le vite delle due monache; due figure complesse che hanno lasciato una traccia nella storia viterbese. Ma il testo apre anche uno spaccato sullo sviluppo storico e architettonico dei monasteri, coi due esempi particolari ed emblematici di quelli di San Bernardino a Viterbo e di Santa Maria delle Grazie a Farnese.
Il libro è stato presentato lo scorso 30 gennaio proprio al Monastero delle Clarisse San Bernardino di Viterbo (Piazza della Morte, 6 a Viterbo) alle ore 16, in occasione dei festeggiamenti per Santa Giacinta e ha raccolto una partecipazione molto sentita e numerosa di pubblico. Nata Clarice a Vignanello nel 1585 e scomparsa a Viterbo nel 1860, Giacinta Marescotti è una figura importante per la città anche per il significativo momento storico dell’epoca in cui ha vissuto.
Dopo i saluti istituzionali di Madre Gloria Pianeselli e gli interventi dei curatori, Antonia Cerrullo e Maurizio Grattarola, si è ricordata la solennità di Santa Giacinta Marescotti e specularmente di Suor Francesca Farnese. Donne audaci, perché coraggiose, rivoluzionarie, in grado di fare scuola con il loro esempio, scardinando i preconcetti, gli stereotipi e tutti gli atteggiamenti e le concezioni ritenute LA regola e LA norma sino a quel momento, sovvertendo tutti gli ordini: dalle abitudini di vita, a quelle della religiosità e dell’architettura dei complessi di clausura, instaurando nuovi cardini.
Il tutto sintetizzabile con le parole di Giorgio La Pira: “Sulle solide fortezze dei monasteri contemplativi si è edificato l’intero edificio della civiltà e della storia cristiane”.
E persino dell’architettura cristiana, con tutte le sue stratificazioni; con il mutamento nella conformazione degli edifici religiosi, parallelamente alle nuove peculiarità dei culti monastici. Come hanno spiegato il prof. Renzo Chiovelli, architetto collaboratore della Soprintendenza e la sua assistente Giulia Maria Palma, nel loro intervento dettagliato, puntuale e approfondito alla presentazione del 30 gennaio.
Prima di tutto occorre precisare che per monastero s’intende, al contempo, non solo la ‘casa’ religiosa della collettività (inteso come il complesso di edifici architettonici), ma anche l’insieme di regole di vita contemplativa quale scelta di vita al momento dell’entrata e dell’uscita in monastero e introduzione alla clausura.
Il monastero di San Bernardino di Viterbo
Il primo nucleo di quello che sarà il futuro monastero di San Bernardino di Viterbo sorgerà nel 1428, dopo l’arrivo in città del santo nel 1426, predicando la forza di una vita religiosa comunitaria. Un primo piccolo nucleo di suoi ‘adepti’ fu quello della comunità di suore dette di Sant’Agnese o di San Bernardino, che si erano sistemate in un edificio nei pressi della Chiesa di San Tommaso dei Frati Minori, poi ribattezzata Chiesa della Morte in quanto sede della Confraternita dell’Orazione e Morte.
Dunque molti gli ordini che si cominciavano a diffondere. La figura di San Bernardino fu dirompente anche perché, nel 1427, dovette affrontare un processo per eresia di fronte alla Santa Inquisizione; poi, assolto, iniziò a predicare prima a Siena e in seguito a Roma per volontà di Papa Martino V, per arrivare infine a Viterbo.
La svolta arrivò nel 1444 con una bolla di Papa Eugenio IV che concedeva alle suore il diritto di possedere una casa, donazione di un benefattore che l’aveva elargita in punto di morte. Dalla vendita di quella, con il ricavato poterono cominciare a costruire prima la chiesa dedicata a San Bernardino nel 1460 e poi il monastero vero e proprio nel 1469.
Un successivo notevole ampliamento sarebbe avvenuto nl 1680 con i contributi ottenuti e investiti da suor Beatrice Farnese, cugina del futuro Papa Paolo III.
Già nel 1508, poi, ci fu un’ulteriore vendita della casa di proprietà di Palino Tignosi, che fu conglobata al monastero nel 1610. Prima però la struttura aveva subito un ampliamento nel 1529 con una donazione di mille ducati d’oro.
Le principali variazioni urbanistiche e architettoniche furono evidenti: prima la chiusura della strada che separava l’edificio dal mulino, poi la realizzazione di un’altra alternativa pubblica; successivamente sorsero il chiostro (nel 1526), la fontana (nel 1558), la cuspide (aggiunta in seguito con l’intercessione di suor Irene Baglioni nei primi del XVII secolo) con lo stemma della torre araldica nobiliare.
E lo sviluppo del monastero si vide anche a livello numerico: nel 1563 esso ospitava 80 suore, sotto l’egida della superiora Lucrezia Farnese; dieci anni dopo ve n’erano più di 100. Tuttavia da qui cominciarono a sorgere i primi problemi economici, tanto che le monache tornarono a mendicare col consenso del Comune e l’arcivescovo Carlo Montigli dovette intervenire per saldare i debiti, invitando però a una clausura più stringente.
In questo contesto entrò in convento Giacinta Marescotti con una dote di 600 scudi. C’è da dire che le finanze del monastero furono risanate anche dalle sempre più consistenti doti richieste alle giovani di nobili famiglie che volevano entrare in clausura (potevano arrivare sino a mille scudi).
Giacinta Marescotti e il monastero.
Giacinta Marescotti rinunciò a tutto, tenendo nella sua stanza ed umile cella soltanto una sedia con un panno di seta, detta “capanna del paradiso”, con cui accoglieva un santo che era stato un ex peccatore a fargli compagnia.
La cella di Giacinta Marescotti fu ‘accolta’ nella cosiddetta Torre Dalmiata o del Salamaro, la più alta torre di Viterbo, definita “monumentale” non solo per le due dimensioni, per la sua valenza architettonica, ma anche perché al centro delle contese tra le famiglie nobiliari che si avvicendarono nella storia di Viterbo. Nel tempo subì varie demolizioni e ricostruzioni (nel 1235 e nel 1241) perciò la datazione è difficilmente ricostruibile. Tuttavia, dalla struttura delle apparecchiature murarie a petrelle a filari non isometrici (tipiche delle murature paramentali di epoca tardomedievale) potrebbe risalire a un periodo che va dalla fine del XII ai primi del XIII secolo, e per tutta la metà del Duecento. Infatti paragoni sono possibili con la porta-torre Bonaventura, dal nome del potestà Bonaventura Papareschi che ne ordinò l’edificazione nel 1255; dello stesso periodo è l’episcopio che accoglie la curia papale. Altre pareti del monastero, però, presentano paramenti delle apparecchiature in pezzame interamente in peperino, tipiche della fine della seconda metà del XV secolo.
Rilevante la tecnica di finitura, con stilatura e lisciatura dei giunti, con cui si esaltava la qualità e il pregio estetico della muratura, che ne migliorava anche la durevolezza e la resistenza. La presenza di stilatura trapezoidale conferma un inquadramento cronologico in epoca tardomedievale.
Altra nota del lustro del monastero è che, all’interno della chiesa originaria (edificata nel 1460 con il ricavato delle elemosine della cittadinanza donate alle terziarie francescane), vi sono affreschi di Gabriele di Francesco, ritenuto il figlio di Francesco d’Antonio da Viterbo detto il Balletta.
Le spoglie della religiosa, santificata nel 1807, saranno accolte precisamente nella cappella laterale della nuova Chiesa (consacrata il 21 gennaio del 1960), ricostruita prima nel 1687 dall’arch. Giulio Spinedi (che vi inserì anche lo stemma del cardinale Urbano Sacchetti, vescovo di Viterbo e Toscanella dal 1683 al 1701) e poi, più di recente, in chiave più moderna dall’arch. Rodolfo Salcini.
Veniamo invece adesso al Monastero di Santa Maria della Grazie a Farnese
La storia del monastero è strettamente connessa a quella di Suor Francesca Faranese, nata Isabella Farnese il 6 gennaio 1593 a Parma. Di famiglia nobile con una forte ascendenza religiosa, Suor Francesca Farnese ebbe la sua prima formazione clericale presso il convento romano in Panisperna (dove entrò nel 1602 a soli nove anni), per poi prendere i voti nel 1907 entrando nell’Ordine delle Clarisse, sempre nella Capitale. Si distinse per la sua rettitudine.
Fu lei a decidere di formare una propria piccola comunità religiosa, ancora più dedita alla preghiera. Una volta avuto il consenso papale nel 1617, il padre l’aiutò e la mise a capo dell’ex convento dei Frati Minori di Farnese, da cui sarebbe sorto il futuro Monastero di Santa Maria delle Grazie, di cui l’anno dopo, nel 1618, sarebbe stata la guida con la sorella Isabella, con l’approvazione del vescovo di Castro, mons. Bresavola. All’inizio furono molte le adesioni alla regola diffusa, praticata e predicata da Suor francesca; poi, divenuta troppo rigida e severa, si pensò di renderla meno rigorosa, su indicazione dell’Abbadessa suor Violante.
Tuttavia subentrarono problemi igienici, che rischiarono di far chiudere il monastero. Ma Francesca riuscì ad evitarne ‘il blocco’, facendo revocare, con l’intercessione del fratello Pietro, la Breve di chiusura emessa da Papa Urbano VIII nel 1642. E da lì iniziarono anche molti lavori di miglioramento del monastero. Nel frattempo, nel 1624 era diventata badessa, non prima che ci fosse stato un altro passaggio epocale. Nel 1619 era venuto a mancare il padre e la direzione fu assegnata a Diofebo Farnese, patriarca di Gerusalemme e fratello di Suor Francesca, che voleva cambiare le regole del monastero. Suor Francesca, però, fu rivoluzionaria nella stesura di un nuovo testo ispirato alla Regola di Santa Chiara, che ricevette persino, nel 1638, il consenso di Papa Urbano VIII.
Infine, nell’ultima parte della sua vita, Suor Francesca si trasferirà definitivamente nel 1643 nel nuovo monastero della Concezione a Roma, dove morirà il 17 ottobre del 1651.
Da tutto ciò si può notare l’influenza di Suor Francesca sull’impostazione della nuova dottrina nel monastero di Santa Maria delle Grazie a Farnese, sulla forte interconnessione della sua famiglia con lo stesso e sul peso che quest’ultima ebbe anche nello sviluppo della strutturazione architettonica.
Ma non è tutto. La storia del monastero si lega in maniera netta a quella nazionale italiana, passando anche per l’Unità d’Italia.
Soppresso sotto il dominio napoleonico nel 1810, poté risorgere dopo l’Unità d’Italia. Espropriato nel 1870 e adibito ad asilo e giardino pubblico, fu acquistato nuovamente e qui le monache tornarono a seguire le Costituzioni generali dell’Ordine.
Attualmente vi abita un gruppo di Clarisse dedito alla clausura e dal 1952 è sotto la giurisdizione dei Frati Minori.
Dell’architettura del monastero risaltano il chiostro in stile rinascimentale, la chiesa a navata unica, con campanile a cuspide e cella campanaria con archi a tutto sesto; infine, in cima alla rampa di scale, in una balaustra in pietra, un coro ligneo con affreschi della Crocifissione e della Madonna in trono, e ancora un altro raffigurante lo sposalizio di Galeazzo Farnese e Isabella dell’Anguillara.
Storia, arte, religione, cultura, architettura si fondono in questi due monasteri unendosi all’agiografia.
Suor Giacinta Marescotti e Suor Francesca Farnese
Suor Giacinta Marescotti e suor Francesca Farnese si conobbero, ebbero due vite diverse, a tratti tormentate, ma entrambe comunque emblematiche. Andiamole a conoscerle meglio.
Di quanto sia rinomata Suor Giacinta Marescotti abbiamo detto, ma anche Suor Francesca, morirà il 17 ottobre del 1851 con fama di santità. Il suo funerale fu celebrato dallo stesso cardinale Francesco Barberini; e molte furono anche le personalità che le chiesero consigli, quali il cardinale Francesco Angelo Rapaccioli. Morta a 58 anni sfigurata in volto dal vaiolo fu quasi il simbolo del cosiddetto ‘miracolo della fede’ e di come la vita monastica, pur nelle privazioni, non significhi assenza di coltivazione della cultura.
Figlia del duca Mario I Farnese, del ramo farnesiano di Latera e di Camilla Meli Lupi dei marchesi di Soragna (in provincia di Parma) era inizialmente destinata a un matrimonio combinato di convenienza per interessi di ordine politico. Ciononostante, pur vivendo nell’agio e nello sfarzo di una vita mondana, sin dagli otto anni, si appassionò alla letteratura e si approcciò alle opere e ai romanzi cavallereschi di Torquato Tasso; ma anche Le Metamorfosi di Ovidio.
Sapeva leggere, ballare, suonare e recitare (ricevette anche alcune nozioni di botanica). Tuttavia, anche una volta abbracciata la clausura, continuò a coltivare, pur nella preghiera, nella contemplazione mistica e nella meditazione, nel suo isolamento, la passione letteraria, scrivendo poesie in rime a carattere religioso. Dunque la clausura per lei non fu solo pentimento, costrizione, privazione e mortificazione.
Un evento tragico cambiò la sua vita. Entrata nel convento romano in Panisperna nel 1602 a soli nove anni, ne uscì nel maggio del 1607 per le nozze della sorella Giulia con il principe Giovanni Albrizzi. Durante questo periodo ne approfittò per apprendere a suonare l’organo, il clavicembalo, altri strumenti e a parlare latino. Tuttavia la morte di un giovane a lei caro, di cui forse si era invaghita, la convinse a ritornare di nuovo in monastero. Iniziò il percorso di noviziato (molto tormentato e inquieto per lei) per più di un anno. Nonostante le titubanze, apprese rudimenti di astrologia, socializzò, divenne istruttrice ed educatrice delle altre novizie, incarico che le fu deferito per le sue divergenze con la badessa e il confessore. Ciononostante, sotto il vescovato di Castro di Alessandro Carissimi, il 12 maggio del 1625, riuscì a diventare vicaria del monastero, con una procedura davvero inusuale per una donna.
Anche grazie alla protezione di Francesco Barberini e all’amicizia stretta con la principessa di Albano, Caterina Savelli, portò avanti la sua ‘missione’ anche fuori delle mura.
Il 18 marzo 1631 fondò il monastero della Concezione di Albano e, poco distante, favorì la costruzione di una casa comunitaria maschile per preparare i confessori destinati alla guida spirituale delle monache. Nel 1638 riformò il monastero di S. Chiara a Palestrina ponendovi come badessa l’anno successivo la sorella suor Isabella, a cui il principe Taddeo Barberini avrebbe dato una nuova sede più consona.
Anche per questo divenne meglio nota come Venerabile Francesca Farnese.
Considerata una delle più influenti figure religiose anche per il suo estro poetico. Fra le sue opere abbiamo innanzitutto le Constitutioni (pubblicate per la prima volta nel 1640); poi la raccolta delle Pie e divote poesie (la prima edizione è del 1654) e ancora il suo Canzoniere edito ben sette volte con integrazioni anche di ulteriori poesie sacre, non di sua mano, composte dalla sorella Isabella e da altre.
Come lei, altra figura assai rilevante fu Suor Giacinta Marescotti. Conosciamone la storia.
Di nobile casato come Suor Francesca Farnese. Patrona di Vignanello con San Biagio, Fu beatificata da papa Benedetto XIII nel 1726 e proclamata santa da papa Pio VII nel 1807.
Figlia del conte Marcantonio Marescotti e di Ottavia Orsini, Contessa di Vignanello, entrò in monastero con le sue sorelle Ortensia e Giacinta. Quest’ultima sarebbe diventata suora col nome si Suor Innocenza, mentre l’altra sarebbe andata in sposa a Paolo Capizucchi, di cui era innamorata Clarice che, a seguito di questo evento traumatico, prese i voti.
Per reazione, tenne un atteggiamento insolito e non tradizionale, tutt’altro che contrito e devoto. Basti pensare che, in luogo di una semplice ed umile cella (come Suor Francesca Farnese) volle per sé arredare un intero appartamento arredato come le sue stanze a Vignanello e si fece servire da due giovani novizie. Ma ciò non gli impedì di scoprire la fede, che venne come una folgorazione, una vera e propria ‘chiamata’. La sua fu una vocazione tardiva, ma non per questo meno profonda. Per resistere e superare il dolore di vedere l’uomo di cui si era innamorata diventare sposo della sorella minore, invocò Dio con queste parole: “O Dio ti supplico, dai un senso alla mia vita, dammi la speranza, dammi la salvezza!”. E in questo lamento struggente trovò pace e conforto.
Da quel momento la sua conversione fu totale e cominciò a dedicarsi alla cura e al bene del prossimo. Aiutando i più bisognosi, uscendo e andando per strada.
Con l’ausilio di Francesco Pacini, fondò la confraternita laicale, detta dei Sacconi, che aveva come scopo raccogliere elemosine e beni di prima necessità per i disagiati.
La sua memoria vive nei pensieri e nelle ‘memorie’ sue personali che raccolse in un diario, conservato all’Archivio Generale dei Frati Minori Conventuali nella Basilica dei Ss. Apostoli a Roma.
Dunque potremmo dire Viterbo e Farnese città di donne di fede, culla di luoghi e monumenti di culto che hanno segnato anche la storia nazionale perciò ancora di più luoghi devozionali di memoria




Ultimo aggiornamento
11 Marzo 2026, 12:33
Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale