Santa Pasqua 2026: tre affreschi di Benozzo Gozzoli, da Firenze a Roma a Viterbo
Data:
9 Aprile 2026
a cura di Barbara Conti con il contributo di Saverio Ricci
Per omaggiare la Santa Pasqua abbiamo scelto tre affreschi attribuiti a Benozzo Gozzoli all’Isola Bisentina (Capodimonte):
- Trasfigurazione, 1462 circa, Cappella del Monte Tabor;
- Crocifissione e santi, 1462 circa, Cappella del Monte Calvario;
- Imago Pietatis, 1462 circa, Cappella del Monte Calvario;
Di Benozzo Gozzoli sappiamo dal Vasari che il vero nome del pittore era Benozzo di Lese di Sandro, ma fu proprio il Vasari a ribattezzarlo, nella seconda stesura delle Vite (1568), Benozzo Gozzoli.
Sempre secondo Vasari, quando si trasferì nel 1427 con la famiglia a Firenze, dove ebbe la sua prima formazione, il Benozzo diventò ben presto discepolo di Beato Angelico. Di fatto, si ha la certezza che ricevette un apprendistato determinate a contatto col maestro con il quale collaborò alla decorazione del convento e della chiesa di San Marco. Realizzò, poi, su progetto dell’Angelico: la Preghiera nell’Orto nella cella 34, l’Uomo dei Dolori nella cella 39, la Crocifissione con la Vergine e i Santi Cosma, Giovanni Evangelista e Pietro Martire nella cella 38.
Sempre al seguito dell’Angelico si trasferì a Roma dal 1447 al 1449, una presenza accertata anche dalle fonti documentarie. Papa Eugenio IV, che il giorno dell’Epifania del 1443 aveva personalmente consacrato la chiesa di San Marco a Firenze, durante il soggiorno nella città toscana ebbe modo di conoscere e apprezzare le opere dei due pittori e li chiamò pertanto a realizzare il lavoro più prestigioso che a quel tempo potesse essere commissionato ad un artista: la cappella maggiore della basilica di San Pietro in Vaticano. Di questi affreschi purtroppo non è rimasto nulla.
Da Roma, insieme all’Angelico, il pittore si trasferì a Orvieto per lavorare ad un ciclo di affreschi nel Duomo della città. Fu portata a compimento, però, soltanto la decorazione di due vele della volta della cappella di San Brizio. Dopo questo breve passaggio orvietano i due pittori fecero nuovamente ritorno a Roma per dipingere la cosiddetta cappella Niccolina in Vaticano, dedicata ai santi diaconi protomartiri Stefano e Lorenzo. Terminata questa impresa, i due artisti si separarono e Benozzo si spostò a Montefalco, dove soggiornò dal 1450 al 1452.
Ma un’altra committenza molto importante per Benozzo arrivò nel 1453, quando le Clarisse del convento di Santa Rosa a Viterbo gli commissionarono un ciclo di affreschi con le Storie della vita di Rosa da Viterbo, malauguratamente distrutti nel 1632 (rimangono testimoniati da copie in disegno eseguite da Francesco Sabatini).
Dopo un lunghissimo soggiorno tra l’Umbria e a Viterbo, perdurato un decennio, nel 1459 Gozzoli fece ritorno a Firenze, chiamato dai Medici per affrescare la magnifica Cappella dei Magi, un ambiente privato dedicato al culto dei Re Magi e soprattutto alla celebrazione della Signoria Medicea, all’interno del nuovo palazzo di famiglia fatto costruire da Cosimo il Vecchio in Via Larga (attuale Via Cavour).
Benozzo rimase ben poco, tuttavia, a Firenze, a causa di una epidemia di peste che colpì la città, motivo per cui dal 1463 è documentato in pianta stabile a San Gimignano, dove avviò una prolifica bottega con decine di collaboratori che l’avrebbero aiutato in seguito a realizzare il ciclo del Camposanto di Pisa e diversi altri cicli decorativi in territorio toscano.
La trasferta all’Isola Bisentina non è documentata ma potrebbe datarsi intorno al 1462, dimostrando il prestigio di cui ancora godeva Benozzo nell’ambiente romano, tenuto conto infatti che l’incarico di decorare gli oratori dell’isola (in realtà delle cappelline sul modello dei Sacri Monti) giunse su iniziativa dell’Ordine francescano, ma verosimilmente dietro impulso del pontefice Pio II (considerato uno dei papi umanisti più significativi della storia), che peraltro aveva sicuramente avuto modo di conoscere Benozzo di persona in quanto era stato al servizio di un altro raffinato papa umanista, quel Nicolò V committente degli affreschi della cappella Niccolina.
Per questo motivo, all’esterno della cappellina del Monte Tabor sull’Isola Bisentina permane una gustosa scena narrativa commemorante la visita del papa Piccolomini al convento francescano dell’isola. A sinistra della porta è raffigurato Pio II, ritratto seduto mentre riceve l’omaggio dei Francescani, di cui rimangono bei brani di volti. Un’iscrizione, che sembra letteralmente uscire dalla bocca del papa, è una sorta di benedizione indirizzata alle tre figure di frati minori dell’Osservanza francescana dipinte in basso: la scritta reca per primo il nome stesso del papa ed anche un frammento di data che doveva essere, verosimilmente, MCCCCLXII (se si suppone che l’iscrizione sia concomitante alla visita del pontefice Pio II Piccolomini). Da qui la datazione degli affreschi collocabile attorno al 1462 o tutt’al più immediatamente dopo, a ricordo del recente evento.
Per quanto riguarda la questione della paternità degli affreschi degli oratori dell’Isola bisentina, spiega Saverio Ricci, funzionario storico dell’arte della Soprintendenza, permangono margini di incertezza sull’ipotesi di una diretta partecipazione di Benozzo: i dipinti furono riferiti inizialmente a Lorenzo da Viterbo da Cesare Brandi, ma sono stati poi correttamente avvicinati per la prima volta da Federico Zeri a Gozzoli, che raggruppava un corpus di opere ritenendole tutte di un anonimo seguace umbro di Benozzo. Più di recente Elvio Lunghi ha proposto di assegnare gli affreschi direttamente al maestro e a suoi aiuti che forse l’avevano già assistito nella realizzazione dei vari affreschi commissionatigli a Montefalco.
“Sono convinto – conclude Ricci – che l’impresa decorativa dell’Isola Bisentina sia il frutto del lavoro di una bottega ben organizzata, la cui fondazione coincide però non con il soggiorno umbro bensì con quel momento di snodo per la carriera dell’artista toscano in cui, forte della fama conseguita dopo l’impresa della Cappella dei Magi a Palazzo Medici, che gli portò nuovi e ben remunerati incarichi, Benozzo assunse diversi collaboratori. La datazione è quindi compatibile con quel periodo in cui Benozzo aveva ormai abbandonato Firenze ed era in procinto di stabilirsi a San Gimignano. Sul fatto che egli sia da riconoscere come autore dei disegni, non nutro alcun dubbio, dal momento che perfino la sua ultima opera, un grande affresco per il Palazzo Pubblico di Pistoia, si interruppe a causa della sua morte improvvisa e rimane oggi alla nostra ammirazione proprio la sinopia, il disegno preparatorio degli affreschi su parete. Da parte mia, quindi, lancio la proposta di studio e di nuovo restauro di questi cicli (gli affreschi dell’oratorio del Monte Calvario subirono già un intervento nel 2001-2002), al fine di stabilire che ruolo abbia avuto, nell’esecuzione di queste scene sacre e delle figure ritratte del vero, il grande artista toscano, di cui dobbiamo però sempre tenere a mente, come testimoniato già dai suoi coevi quando era in vita, l’enorme fama raggiunta come optimo maestro in muro”.
BIBLIOGRAFIA:
- Cesare Brandi, Catalogo della Mostra dei frammenti ricostruiti di Lorenzo da Viterbo, Roma 1946.
- Federico Zeri, Una pala d’altare di Lorenzo da Viterbo, in “Bollettino d’Arte”, s. IV, n. XXXVIII, a. 1953, pp. 38-44.
- Stefania Pasti, Lo scomparso ciclo di affreschi di Santa Rosa da Viterbo di Benozzo Gozzoli e la sua influenza nel viterbese. Gli affreschi dell’Isola Bisentina, in Il Quattrocento a Viterbo, catalogo della mostra (Viterbo, Museo Civico, 11 giugno – 10 settembre 1983), Roma 1983, pp. 159-178.
- Bruno Toscano, Jacopo Vincioli, in «Prospettiva», nn. 33/36, 1983-84, pp. 62-75.
- Elvio Lunghi, Benozzo Gozzoli in Umbria (e una traccia di Benozzo nell’Isola Bisentina), in «I lunedì della galleria», n. 5, a. 2000, pp. 49-64.
- Aldo Lo Presti, Il ritratto di Pio II sull’Isola Bisentina, in «Canonica», n. 9, a. 2019, pp. 5-12.



Ultimo aggiornamento
9 Aprile 2026, 09:04
Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale