Rofalco, un capolavoro d’ingegneria e di resilienza – I 30 anni di scavi del progetto Rofalco – Etruschi nel Lamone
Data:
8 Giugno 2026
a cura di Barbara Conti
Il 2026 è il 30° anno di attività di scavo e valorizzazione a Rofalco. Un vero e proprio progetto che ha visto coinvolti numerosi volontari italiani e stranieri. Sono stati condotti scavi, ma anche avviati i restauri dei reperti e di alcune strutture murarie. È stata inoltre allestita la sezione etrusca del Museo civico di Farnese, dove nel 2010 è stata predisposta una mostra sulla vita quotidiana degli ultimi etruschi.
E questa è soltanto una delle numerose attività di divulgazione del Gruppo Archeologico Romano nell’ambito del progetto Rofalco – Etruschi nel Lamone, nato nel 1996 su iniziativa dell’archeologo Mauro Incitti, con le prime indagini sistematiche nell’insediamento fortificato di Rofalco.
A raccontarci gli esiti e i primi risultati di questa iniziativa è l’archeologo Orlando Cerasuolo, che si avvale dell’uscita per Effegi Editore del libro di Luis Contenebra “L’assedio di Rofalco”: un’opera puramente letteraria ma interessante, il cui stile e la cui storia definisce “coinvolgenti ed evocativi”.
Rofalco, nel comune di Farnese, è a metà strada tra le città etrusche di Vulci e di Orvieto. “Non è – spiega Cerasuolo – una vera e propria città, ha un’estensione di poco meno di 2 ettari e rientra nella categoria degli oppida, una sorta di grande fortino”. Non sono state trovate tracce di piazze o strade carrabili, né di cardo o decumano (pertanto la citata via dell’Abbondanza è di pura fantasia). Viceversa sì di una torre.
“Il sito – puntualizza l’archeologo – è stato scoperto nei primi anni ‘80 ed è stato riconosciuto nella boscaglia grazie all’imponente cinta muraria così ben descritta nel libro; con tre torri massicce a corpo pieno, la porta Est e un passaggio a Sud”. Innovative e peculiari sono le forme delle torri e della porta dove è ambientata una delle scene del libro. Le mura, di circa 330 metri, sono imponenti, di 6 metri di spessore e 4 di altezza, in trachibasalto locale, a secco.
L’aspetto principale, sottolinea Cerasuolo, è che “il libro, così come tutti questi anni di scavi, ci permettono di avere un’idea della vita quotidiana all’interno della fortezza”; tanto da poter dire che Rofalco “è uno dei siti meglio noti dell’Etruria di quest’epoca”. Sull’economia e sulle attività praticate sappiamo molto dalle indagini effettuate in situ. Innanzitutto l’economia era basata soprattutto sull’agricoltura (con fattorie individuate in prossimità) e sull’allevamento; sono stati, infatti, rinvenuti – spiega l’archeologo – abbondanti vasi da conserva, i doli e le grandi olle, e ossa animali. E la produzione di tessuti, come dimostrano i numerosissimi pesi da telaio e rocchetti scoperti, fa notare ancora Cerasuolo. Ma anche la caccia, perché è stata trovata una lancia.
L’archeologo prosegue andando ancora più nel dettaglio: “dal punto di vista urbanistico le case sono in genere a due ambienti, possono essere isolate o raggruppate. Al centro del sito ci sono gli edifici di carattere ‘pubblico’, ovvero i magazzini, la cisterna monumentale e altri edifici tra cui forse un forno”. E nel testo è ben evidenziata l’abilità degli Etruschi nell’ingegneria, soprattutto per la captazione dell’acqua, bene primario.
L’economia era retta sul baratto, tanto che a Rofalco sono stati trovati una moneta (di zecca cartaginese, sempre più diffuse a sancire un forte legame tra Etruschi e Cartaginesi “in chiave anti romana”), un frammento di lingotto in bronzo, e diversi pesi da bilancia per quantificare le contrattazioni.
E poi ancora, rivela Cerasuolo, “tra i reperti più interessanti e curiosi vi sono dei vasi cosiddetti da miele e i vasi per allevare i ghiri. Ghiri che – prosegue – evidentemente hanno incuriosito Paolo, che li ha citati in un passo del suo libro”. E miele che, come le erbe aromatiche quali il rosmarino, serviva ad esaltare i sapori dei cibi, soprattutto dei formaggi così preziosi nel commercio.
Ma, a proposito di vasi, sicuramente una parte preponderante hanno le iscrizioni che vi compaiono anche a scopo decorativo, che spesso ci restituiscono i nomi delle più importanti e potenti gens dominanti all’epoca, che andavano a costituire un’oligarchia aristocratica con numerosi clientes e servi. Il loro potere era proprio esercitato dal possedimento di terreni in vita. In seguito, si sarebbe visto dai sontuosi sepolcri in cui venivamo tumulati: a Vulci la Tomba François (siamo nella metà del IV secolo a.C.) appartenente al nucleo dei Saties.
A Rofalco la Tomba del Gottimo con un’architettura monumentale e di epoca tardo-etrusca.
Probabilmente era la tomba della famiglia che controllava Rofalco, forse proprio la gens Rathmsna. Presenta vasi sovradipinti di ceramica di elevata fattura; poi resti di scultura, tra cui almeno quella di un leone, e la presenza eccezionale di frammenti di sarcofagi o meglio urne in pietra con tracce di pitture, riscontrabili oggi solo nei più raffinati esempi di sarcofagi tarquiniesi.
Fatto non da poco e inedito se si considera che gli abitanti di Rofalco venivano probabilmente riportati a Vulci per essere seppelliti.
E in tale ambito, d’interesse è la nomenclatura che ci proviene dalle iscrizioni e adottata nel testo. Sono documentati i nomi di: Cae Rathmsna Afu (che troviamo riportato in tre iscrizioni, di rango gentilizio e probabilmente a capo della fortezza), Titia e Ane (di status servile), Tanaquilla, Cneve.
Altri sono poco verosimili: Ramt, Alba, Aker, Tholos, Natros, Mors, Semele, Cordito, Velelia, Baxt, Demanos, Poppius.
Particolarmente rilevanti le evidenze di crolli dei tetti e delle abitazioni a seguito tanto dell’assedio, che dell’incendio da cui partì l’attacco. Momenti così ben descritti con intensità nel libro e ben attestati. Non vi è, però, nessuna arma conservata, o elmo corinzio. Al contrario sono stati trovati molti proiettili da fionda in ceramica, realizzati a stampo.
Non sono emersi oggetti di valore, oro, argento, marmo. I soli oggetti rilevanti sono: una fibula, uno spillone per capelli, un bottone, una gemma, un anello e una perlina in vetro blu.
Questo ci riporta alla cura del corpo degli Etruschi e l’attenzione alla ‘vestizione’, all’abbigliamento e ‘abbellimento’ impreziosendo le sontuose vesti con ricchi gioielli, racchiuse nelle scene dei banchetti, in cui dominava il sentimento d’amore e paritario fra uomini e donne distesi fianco a fino sui triclini. Aspetto che ha colpito particolarmente l’autore Fanelli, che ben lo riporta nel capitolo su “Ruma” (una sacerdotessa ndr) e “La rivelazione di Ruma”, in cui viene sfiorato anche l’aspetto religioso. Abbiamo gli auguri, gli aruspici, i fulguratores (una precipua categoria di sacerdoti etruschi, poi aruspici romani, incaricati di interpretare la volontà divina osservando i fulmini). “L’abilità di Ruma nell’interpretare le stelle, i suoi studi e le sue divinazioni sono conosciute da tutti nella nostra polis”, ci dice. Ma non solo. Ella pratica anche i riti degli Aisna (spesso detti anche eisna, riferiti alle antiche pratiche religiose e cerimonie sacre della civiltà etrusca ndr) nell’acqua corrente che è un elemento di purificazione. Ruma “è in contatto con le ninfe dei boschi e delle acque sotterranee”, ci dice Fanelli. Gli Aisna erano, infatti, momenti di profonda comunione con il divino, spesso anche veri riti di passaggio e funerari: la devozione agli Aisna riguardava anche il complesso mondo dell’oltretomba e le cerimonie servivano a garantire al defunto una transizione pacifica verso il sotto-mondo. La vediamo eseguire un rituale, uno dei rituales che regolano la vita civile e religiosa, oppure leggere attentamente i dettami dei libri fulgurales (o ‘disciplina fulgurale’): testi sacri dell’antica religione etrusca, poi adottati dai Romani, che contenevano i precetti per divinare il futuro e interpretare i fulmini.
E così quasi invoca la dea Vegoia (in etrusco Vecu) una Lasa (Lasa, ovvero una divinità o demone femminile alato spesso al seguito della dea Menrva/Minerva con funzioni profetiche, protettive e di guida per l’oltretomba); nella mitologia etrusca raffigurata come una giovane donna alata che tiene in mano una spiga di grano. Considerata una semidivinità agraria e una dea del destino, è famosa soprattutto per la sua profezia sull’inviolabilità dei confini territoriali e per i suoi testi sacri sull’interpretazione dei fulmini. La leggenda vuole che Vegoia rivelò le sue leggi divine ad Arrunte Veltimno. I suoi scritti, noti in latino come Libri Vegoici e in parte tradotti dallo storico Tarquinio Prisco, contenevano severe ammonizioni contro chiunque osasse spostare i cippi che delimitavano i campi, considerati sacri e voluti dagli dei. Nella sua invocazione indica con la mano la direttrice che si perde verso i monti della Tolfa e un’aura di sacralità invade il paesaggio e la terra. Poi all’improvviso il cielo si oscura. “Intanto il sole stava diventando nero. Ruma dice con voce rotta dall’emozione che la luna, Tiu, ha oscurato la faccia del sole!”, ci dice l’autore.
All’orizzonte si intravede la consolare Clodia: collegava Roma all’entroterra dell’Etruria, l’attuale Tuscia, incrociando la via Cassia; detta anche “Via delle terme” perché toccava numerose località termali, ultima delle quali le Terme di Saturnia.
Fra le stazioni di posta (mansiones) abbiamo: Blera, celebre per i profondi tagli nella roccia tufacea e il Ponte della Rocca, e Tuscania.
Nel mentre conosciamo altre divinità: il tempio di Phersipnai (o Persipnai), dea greca Persefone rappresentata sulle pareti della Tomba Golini II di Orvieto e della Tomba dell’Orco di Tarquinia, dea etrusca dell’oltretomba, sposa di Aita (l’Ade greco) e corrisponde alla greca Persefone e alla romana Proserpina. Tempio di Proserpina citato nel libro, ma non rinvenuto in effetti a Rofalco. E la dea Alpan Alpan o Alpanu (letteralmente ‘dono’),dea etrusca di cui abbiamo solo alcune raffigurazioni su specchi; d’interpretazione incerta, corrisponde forse ad Armonia. Le ninfe Lasa, guardiane dell’oltretomba.
E poi, soprattutto, “la festa della dea madre, la grande Uni”. Divinità suprema del pantheon etrusco, considerata la regina degli dei e protettrice del matrimonio, della fertilità e delle donne. Costituiva una potente triade con Tinia (Giove) e Menrva (Minerva); è l’equivalente etrusco della dea greca Era e della romana Giunone. Dai Romani è considerata la festa dell’abbondanza e del cibo, che dà inizio alla primavera, molto attesa.
E le influenze tra Greci, Etruschi e Romani continuano. Lo vediamo nel petaso, il cappello a falde larghe calzato fino agli occhi da Tuchi. Il petaso (dal greco pétasos, “aperto/allargato”) era un antico copricapo diffuso nell’antica Grecia e poi a Roma, tipico di viaggiatori, cacciatori e contadini.
Questo passaggio è molto importante perchè, sebbene sembra si sia di fronte a un rito d’iniziazione mistico, quasi una seduta ‘spiritica’, raccontata con estrema iniziazione, fantasia e suggestione, ci rendiamo conto come vi siano, al contrario, molti elementi specifici, scientifici, accurati, pertinenti, tecnici, da veri addetti ai lavori ed esperti. Dunque un lungo lavoro di ricerca dell’attendibilità storica ed archeologica.
Si era partiti già sconfitti: “Sappiamo entrambi ce è inutile” dice Tholos “per quanto arroccato e ben difeso il nostro avamposto, in caso di assedio romano, ha le ore contate”, si dice nel testo. Eppure si è lottato e si è combattuto da leoni, si è resistito per tenere alto il nome di un popolo che ha fatto la storia. Ed è questo che ha reso grandi gli Etruschi e che li ha fatti arrivare ad essere abili ingegneri che hanno fatto scuola e strada.
Quindi, dal connubio tra la scientificità dell’archeologia e la narrazione talvolta ai limiti della fantasia dell’opera, da “L’Assedio di Rofalco” nasce uno spaccato estremamente interessante del mondo etrusco a Rofalco.









Ultimo aggiornamento
8 Giugno 2026, 15:50
Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la provincia di Viterbo e per l'Etruria Meridionale