WORKSHOP: Climate, landscape and human impact in Italy during the Etruscan period

Data:
29 Maggio 2026

a cura di Barbara Conti

Vulci e Bolsena: il paesaggio frutto di una costruzione culturale derivante da riti e pratiche quotidiane

Dal 25 al 27 maggio 2026, presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, si è tenuto un workshop internazionale sulle interazioni tra le comunità umane e l’ambiente nell’Italia tirrenica centrale durante la prima Età del Ferro (ca. 1000–500 a.C.): “Climate, landscape and human impact in Italy during the Etruscan period”.

L’iniziativa riunisce paleoclimatologi, paleobotanici, archeologi e storici per approfondire i rapporti tra le società antiche e il contesto ambientale. Per la Soprintendenza, nella giornata di apertura di lunedì 25, sono intervenute: la soprintendente, arch. Margherita Eichberg, le funzionarie archeologhe, dott.ssa Barbara Barbaro (referente per l’area di Bolsena), la dott.ssa Simona Carosi (referente per la zona di Vulci).

Il loro intervento, dal titolo “Landscape and Protohistoric Communities at Bolsena and Vulci: the role of Paleoenvironmental Analysis” (Paesaggio e comunità protostoriche a Bolsena e Vulci: il ruolo dell’analisi paleo-ambientale), ha illustrato il paesaggio, i rituali, il contesto socio-economico di Vulci e Bolsena, ‘ricostruito’ attraverso l’analisi dei contesti, rispettivamente della necropoli settentrionale e del Gran Carro, integrando i dati provenienti dalla bio-archeologia.

Il punto di partenza lo ha spiegato la soprintendente, che ha dato anche i saluti di benvenuto in apertura. Premesso che “parte delle province di Roma e Viterbo, della cosiddetta Etruria meridionale, hanno conservato uno spiccato aspetto naturale, affidato da secoli alle mani di agricoltori e pastori, e che, per lungo tempo, dalla tarda antichità al XIX secolo, la parte costiera del Lazio settentrionale, la cosiddetta Maremma laziale, produceva gran parte del grano di Roma”, da tale presupposto ci si chiede: “ma com’era il paesaggio della vasta pianura vulcente prima delle grandi coltivazioni a seminativo dello Stato della Chiesa?”. E ancora: “e com’erano le coste interne della Tuscia, quelle dei laghi dell’Etruria meridionale, dove nei secoli dal Medioevo al Novecento si sono diffusi la vite, l’olivo, i cereali, i legumi e gli ortaggi e, in vasti tratti a settentrione del lago di Bolsena, la canapa e il lino?”.

E mentre si pensa a questo, ci si interroga allora: com’è cambiato nel tempo questo paesaggio? Come si è evoluto? E la risposta è nell’osservazione del paesaggio odierno e della conformazione e assetto che ha assunto, con tutti gli sviluppi e le stratificazioni connessi; e i relativi cambiamenti storici e sociali, e culturali.

Vediamo più da vicino queste due realtà e come sono diventate e progredite col passare dei secoli.

Il Gran Carro è un insediamento unico nel suo genere, ha subito puntualizzato la dott.ssa Barbaro. “Fondato nella media età del Bronzo e frequentato soprattutto tra X e IX secolo a.C., è stato sommerso solo in epoca successiva, condizione – ha spiegato l’archeologa – che ha preservato in modo eccezionale strutture lignee, materiali organici e contesti intatti”.

“Solo dal 2019 sono state avviate ricerche subacquee dirette dalla Soprintendenza in forma sistematica tramite scavo stratigrafico, consentendo di precisare i tratti e la tessitura dell’insediamento che si articola in due settori finora conosciuti: una zona abitativa, localizzata nella cosiddetta ‘palafitta’ caratterizzata da strutture lignee, andate a fuoco e più volte ricostruite, e un’area cultuale, identificata solo recentemente nel monumentale tumulo di pietre noto come ‘Aiola’, dove venivano accesi fuochi rituali, seppellite offerte di cibo per le divinità all’interno di grossi vasi e deposti oggetti metallici di prestigio tra le pietre”.

Tra i reperti ceramici si segnalano olle, anfore, vasi biconici, tazze e ciotole, molti dei quali conservavano ancora il loro contenuto.

Le analisi carpologiche, effettuate dal Dipartimento di Biologia Ambientale dell’Università La Sapienza sui contenitori rinvenuti nel settore abitativo, hanno restituito un quadro agricolo sorprendentemente ricco, riconoscendo semi di farro, orzo, miglio comune e miglio bruno, quali indicatori di un’agricoltura diversificata e adattata alle oscillazioni del livello lacustre.

“Il paesaggio del Gran Carro appare quindi come un ambiente dinamico, in cui le comunità sfruttavano le variazioni stagionali e climatiche per modulare le proprie pratiche produttive e rituali”, ha spiegato la dott.ssa Barbaro.

Passando a Vulci, “il paesaggio funerario – ha precisato la dott.ssa Carosi – offre un’altra prospettiva sulla costruzione culturale dello spazio. A Poggio delle Urne, uno dei sepolcreti utilizzati dalla prima età del Ferro (IX sec.), il rito della cremazione richiedeva grandi quantità di legna, spazi dedicati alle pire e probabilmente strutture lignee per l’esposizione del corpo”. Inoltre “la disposizione delle tombe sui rilievi – ha osservato – suggerisce una geografia funeraria intenzionale, che dialoga con l’abitato e con la memoria collettiva”.

Ancora più d’interesse, illustra l’archeologa, il caso della necropoli dell’Osteria. “Indagata anche dal punto di vista archeobotanico, restituisce un quadro rituale ricchissimo: offerte di uva, cereali, legumi e fiori ornamentali come narciso e papavero; l’uso di cipresso e ginepro per aromatizzare le pire; e una lunga continuità d’uso che monumentalizza lo spazio funerario”. “Le scoperte più recenti –  ha concluso -, come la tomba 58 con resti di uva, sorbe e mandorle, mostrano un rituale in cui il cibo diventa linguaggio simbolico, legato a fertilità, rinascita e identità familiare”.

La dott.ssa Carosi ha poi passato in rassegna anche il caso specifico di Poggio Mengarelli. “Qui – ha rivelato – oltre 150 sepolture tra età del Ferro e periodo romano mostrano differenze di rango, corredi di prestigio e un uso articolato delle risorse vegetali”. Ad esempio, riportato nel concreto, “alcuni vinaccioli schiacciati indicano la spremitura rituale dell’uva durante la cerimonia, anticipando pratiche legate al vino. Anche qui, la scelta dei legni per le pire riflette conoscenze tecniche e intenzionalità simbolica”.

In conclusione, i due casi di studio mostrano come il paesaggio archeologico sia il risultato di interazioni profonde tra comunità e ambiente. Legni, fiori, frutti, acque e rilievi diventano materiali del rito e strumenti di memoria. Attraverso l’integrazione tra archeologia e archeobotanica, il paesaggio emerge come un sistema complesso, vissuto e trasformato, capace di restituire una visione profondamente umana delle comunità dell’Italia protostorica.

Bibliografia:

https://iris.uniroma1.it/handle/11573/1626464

https://www.mdpi.com/2073-445X/14/6/1147


copertina intervento per vulci
copertina per intervento Bolsena

Ultimo aggiornamento

29 Maggio 2026, 09:41